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L'avvocato č solo 'quello che fa le cause'?

Materia: Attualitā - Fonte: Renato Savoia - 21.02.2012
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Abstract: Secondo me no.



Non so quando, eppure ci deve essere stato un momento.

 

Un momento in cui l'avvocato ha smesso di essere il consigliere fidato, il consulente di famiglia/azienda, il confidente, per diventare "quello che fa le cause".

 

"Regalando" l'attività di consulenza e assistenza a chi aveva voglia di farla, e così premurosi commercialisti, consulenti del lavoro, eccetera si sono (giustamente) affrettati a prenderne il posto.

 

Perchè l'avvocato aveva deciso che, a ben guardare, era molto più remunerativo, "fare la causa".

 

Non parlo di oggi e neanche di ieri, evidentemente: sto parlando di decenni fa.

 

Probabilmente, anzi sicuramente, all'epoca il ragionamento era vero.

 

Ma purtroppo, non era lungimirante.

 

Perchè nel frattempo la tempistica dei procedimenti si è allungata a dismisura.

 

Perchè nel frattempo il numero dei procedimenti è aumentato a dismisura.

 

Perchè nel frattempo il numero degli avvocati è aumentato a dismisura (un piccolo dato locale: a Verona dal 1990 a oggi gli avvocati sono quadruplicati).

 

Perchè nel frattempo è cambiata la società.

 

Perchè nel frattempo sono cambiate le esigenze dei clienti (mi rifiuto di chiamarli "consumatori": io parlo con uomini, donne, anziani, giovani, coppie, titolari d'azienda, lavoratori, disoccupati, liberi professionisti, e metteteci chi volete. Ma sono uomini e donne, e dall'avvocato non vogliono un prodotto di consumo).

 

Ma l'avvocato, oramai, aveva smesso da anni, di occuparsi di contrattualistica, di pareri, di cercare accordi che evitassero "la causa".

 

Non svelo nessun segreto di Pulcinella, a dire che più di qualche volta (capiamoci: in tredici anni di attività sto sempre parlando di casi minoritari, che però ci sono stati) mi sono sentito dire dal collega di controparte: "dai, fammi fare qualche udienza e poi te la chiudo".

 

Mi son sempre chiesto come il collega riuscisse a giustificare tale comportamento con l'interesse del cliente: in realtà non credo che si ponesse il problema.

 

Ma questo atteggiamento ha portato al clamore e all'allarme causato dall'introduzione della mediazione obbligatoria (a proposito della quale, per chiarezza, bisogna dire che la normativa è stata scritta con i piedi e il costo a carico della parte è decisamente troppo oneroso) e ha portato tanti colleghi a dire: "se non faccio più cause che faccio?"

 

E la preoccupazione non è una preoccupazione di facciata, anzi.

 

Colgo anzi l'occasione di dire che avverto tutta la difficoltà dei colleghi, a maggior ragione di fronte alle ultime modifiche che sembrano fatte al solo scopo di mettere ancora più in difficoltà l'avvocatura e nel frattempo ridurre la possibilità di tutela dei cittadini/imprese.

 

Ma, ciò detto, ritorniamo da dove siamo partiti: cioè l'avvocato è diventato quello che fa le cause e stop.

 

Confrontandomi nei corridoi del tribunale o ovunque capiti (anche in quella grande piazza virtuale che è l'online, naturalmente) spesso argomento così: "il tuo cliente vuole la soluzione di un problema o vuole LA CAUSA? Il tuo cliente è più disposto a pagarti se in qualche mese gli trovi la soluzione del problema o se gli metti in piedi una causa che durerà 5 anni?".

 

Non sono certo il solo, a pensarla così.

 

Purtroppo però, chi ha qualche possibilità di farsi sentire, certamente non ha questa visione. 

 

E quindi ecco le battaglie di retroguardia, a difesa della sola attività giudiziale (e oltretutto di questa attività giudiziale, con i tempi ben noti).

 

Non sono qui a chiedere anacronistiche riserve a favore dell'avvocato per l'attività stragiudiziale, ma non sarebbe ora di tornare concretamente a fare consulenza, senza pensare automaticamente che l'unica strada sia quella del giudizio?

 

                                                                               Renato Savoia